Saluti dai nostri missionari

La Pasqua da poco trascorsa è stata l’occasione per uno scambio di auguri con i nostri fratelli e sorelle missionari, consacrati e laici, sparsi per tutto il mondo. Di seguito abbiamo raccolto le loro risposte, mentre qui trovi qualche informazione in più su ognuno di loro.

 

Padre Eugenio Montesi
Anche a voi tutti auguroni di una Santa Pasqua … la gioia di risorgere ogni giorno.
Buona Pasqua, Eugenio Montesi.

Sr. Roberta Neri
Grazie degli auguri che ricambio assicurandovi il mio ricordo al Risorto!
Mi avete chiesto una foto, ho questa fatta alle rovine della chiesa del Concilio di Efeso, dove ogni anno ci rechiamo e partecipiamo alla S. Messa con i cristiani di questa terra.
Saluti e auguri a tutto il personale, Sr. Roberta Neri.

Suor Roberta Neri dalla Turchia

Sr. Anna Basili
Ricambio di cuore gli Auguri Pasquali graditissimi, confidando sempre nelle vostre preghiere ed assicurando il mio ricordo ai piedi di Gesù Risorto.
Sr Anna Maria Basili Figlia della Carità.

Padre Francesco Discepoli
Ringrazio fraternamente della vostra presenza accanto ai missionari. Io, lo sapete, sono stato richiamato in Italia per attività all’interno della nostra Famiglia Missionaria nel 2001 poi… per esigenze del mio Istituto qui in Italia non sono potuto ritornare fra gli Zùlu.
Ormai gli anni e gli acciacchi fanno sì che non potrò ripartire. La bontà del Signore è grande e mi ha affidato un ministero di “consolazione”, in particolare nella Diocesi di Mondovì. La celebrazione della Pasqua rafforzi la nostra fede. Un augurio e preghiere.
P. Francesco Discepoli.

Famiglia Giuseppe e Sonia
Auguri anche a voi tutti della Diocesi e alle vostre famiglie.
Come siamo certi della distanza che ci divide siamo anche certi che solo la preghiera e la comunione in Cristo Risorto può unirci e aiutarci nel trovare la Pace qualunque sia la nostra sofferenza.
Buon tempo Pasquale.
Un abbraccio grande a tutti e uno in particolare “grande grande” al nostro Vescovo.
La Pace.

Sr. Luigina Buti
Mia carissima Lorella,
Sono imperdonabile per il lungo silenzio. Mi manca solo il tempo a disposizione per poter comunicare più spesso con le persone lontane. Si, ho ricevuto tutte le tue mail: quella dell’inaugurazione della chiesa di Dianra in Costa d’Avorio, quella di Pasqua e la presente. Innanzi tutto grazie di cuore degli auguri pasquali che ho contraccambiato con la preghiera. Gesù Risorto ci dice che è sempre con noi e con Lui attraversiamo tutte le vicende della vita fino a che ci porterà con Se’ nel Suo Regno glorioso ed eterno.
Ho ringraziato con voi il Signore per l’inaugurazione della chiesa a Dianra in Costa d’Avorio. Che bello che hai un cugino, padre Matteo Pettinari, missionario in Costa d’ Avorio! Quelle sono le missioni che attirano il cuore e l’attenzione, perché lì i missionari sono parte non solo dell’evangelizzazione, ma anche dei grandi bisogni di quei fratelli per migliorare le loro condizioni umane e sociali.

Nei riguardi del Giappone è tutta un’altra storia perché qui non hanno bisogno dei missionari dal punto di vista umano e apparentemente non sentono neanche il bisogno di ascoltare l’annuncio del Vangelo, perché stanno tutti bene. E’ come essere in Italia o qualsiasi altra nazione del nostro mondo avanzato. La nostra missione è come nascosta agli occhi umani, vogliamo essere tra questi fratelli per portare loro l’Amore di Gesù Salvatore che vuole donare anche a loro la salvezza e la felicita’ della vita eterna.

Come ogni società’ anche il Giappone ha i suoi problemi piccoli e grandi, come voi li avete in Italia e in tutto il mondo. Ma i missionari non fanno notizia apparente. Solo il Signore ci guarda con tanta tenerezza e ci chiede di continuare ad amare e servire nel Suo Nome.

Mi chiedi di poter scrivere qualche volta una lettera da pubblicare su Voce Misena tramite Laura Mandolini che ricordo con tanta riconoscenza e affetto. Il mio problema e’ che prima di tutto non sono una scrittrice, ma per di più non avrei notizie che possano attirare l’attenzione dei lettori. La missione del Giappone è talmente diversa da tutte le altre missioni dove la gente riceve dai missionari anche un miglioramento umano e sociale. Però non so, adesso che me lo hai suggerito posso metterlo in conto da chiedere al Signore cosa vuole che io faccia.

Per il momento ecco le mie ultime notizie. In Giappone l’anno civile termina a fine marzo, cosi’ le scuole. Con il primo d’aprile tutto rincomincia. Con l’inizio dell’anno scolastico sono tornata ad insegnare alcune classi di religione nella scuola che abbiamo qui. Ho 52 alunne di prima media (12, 13 anni), divise in due classi, alle quali annunciare il vangelo un’ora alla settimana. Di quelle alunne solo tre sono cristiane. Il resto sente parlare di Gesù per la prima volta e questo è quello che da al mio cuore la grande gioia di far conoscere Gesù e lasciare a Lui il tempo che esse veramente l’incontrino come il loro Signore e Salvatore.
Essendo nella scuola solo ‘Part Time’ sono più libera per altre attività, come seguire un gruppo di adulti che vogliono conoscere e studiare la Bibbia. Il gruppo che mi è stato affidato è composto da persone che sono cristiane, protestanti e non cristiane. Vedi come tutto è da affidare allo Spirito Santo, perché guidi ed illumini per condurre queste persone a Gesù.

Domenica prossima inizierà il Catechismo in parrocchia e mi e’ stato chiesto di prende un gruppo di bambini delle elementari. E poi cerco di visitare le persone anziane e ammalate e come pure mi prendo cura delle nostre sorelle anziane e ammalate. E’ stupendo potersi dedicare ad ogni servizio necessario, uno dei quali per me e’ anche essere l’autista della comunità. Per me, ogni cosa piccola o grande deve essere un canto di Lode al mio Signore che mi vuole qui e mi chiede di pregare e offrire ogni cosa per la salvezza di questi fratelli. Il tempo e il modo sono nelle Sue Mani. Lode e gloria a Lui nostro Signore e Redentore.

Forse hai sentito la notizia anche in Italia. Con il primo maggio l’imperatore ha abdicato a suo figlio, il principe ereditario. Così abbiamo il nuovo Imperatore. La nuova era si chiama REIWA. I giapponesi contano gli anni con l’era dell’imperatore per cui siamo nel primo anno dell’era REIWA. Per tutte queste vicende di cambiamento e altre feste della settimana d’oro di maggio per la festa dei bambini e altro, abbiamo avuto nove giorni liberi dalla scuola. Ma da domani si riprende e tutte le studenti ritornano.

Lorella, per il momento ti lascio, ma credimi che vi porto tutti in cuore. Salutami tutti con tanto affetto.

Ciao. Sempre unita nella preghiera, ti abbraccio con tanto affetto. Sr. Luigina Buti.

Ciao Dianra

Carla ha lasciato Dianra per tornare a Chiaravalle: ecco il racconto della sua partenza, assieme a Pietro e Roberta, dalla Costa d’Avorio.

 

La jeep macina km e km, p. Raphael è alla guida mentre p. Matteo, Pietro e Roberta, nonostante gli scossoni, le buche ed il rumore, sonnecchiano. Io guardo scorrere, affascinata come sempre, il rosso della pista ed il verde della “brousse”, ancora più vivaci dopo la pioggia recente. Mentre sono persa in questa contemplazione una buca, più profonda, mi scuote e realizzo: “Dianra è già a sette ore da qui! E noi siamo diretti ad Abidjan per prendere l’aereo per l’Italia!!!!”

È come aprire una diga, un fiume di volti mi scorrono davanti agli occhi : Christ, Jean Bosco, André, Bienvenuée et Philippe, dei piccolini che ho coccolato e sommerso di baci! E poi Jaqueline, che stringendomi in un abbraccio poderoso sussurra: “Dio è grande, ci rivedremo”. E Catherine a cui per fermare l’emozione dico: “Ci vediamo domattina per la preghiera”. Ange che da giorni, con le lacrime agli occhi ripete: “Non ci posso pensare, mi fa star male”. Yolande, amica dei pensieri intimi : “Aspetto il tuo ritorno”. E poi Rokia, Siaga, Daou,Thérèse, Susanne, Adèle e gli altri… impossibile citarli tutti, ma tutti sono presenti nel mio cuore. Allora gli occhi non riescono a trattenere le lacrime.

Un mare di pensieri ed emozioni si intrecciano: la gioia del ritrovarsi, il piacere di conoscersi, la partecipazione alla dedicazione della chiesa nuova, la condivisione con la delegazione di Senigallia, lo stupore della visita ad Alasso – il villaggio nella “brousse” senza illuminazione, o quella a Yeretiélé, dove i bimbi sono scappati in lacrime perché non avevano mai visto un bianco. L’allegria del matrimonio senufo, il dolore per la mamma morta di parto. L’affetto ricevuto da tanti, da alcune amicizie diventate, nonostante le difficoltà della lingua, così forti da cogliere anche i pensieri inespressi. L’affetto dei bimbi sempre calorosi, che specialmente negli ultimi tempi, avvertendo un cambiamento, mi hanno riempito di baci stringendosi a me. L’affetto dei tanti parrocchiani che sono venuti con doni in natura o personali : Martine, Jules, Emile, Claire…

La malinconia della partenza che quando arrivi è già nell’angolo più profondo della valigia, perché fa parte del viaggio ma che fa male al cuore.

Signore, grazie per il bello ed il buono che hai seminato in me in questo tempo prezioso a Dianra, particolarmente nei giorni intensi, diversi e forti del triduo pasquale, condiviso con tanti fratelli felici della gioia vera e semplice che solo la Fede sa donare. Concedimi di saper testimoniare al ritorno, nel mio quotidiano, quanto ho vissuto, guardando con occhi e cuore nuovi, perché Cristo è risorto!!!

Ciao Dianra!

Il sabato e la domenica del missionario

Pietro Pettinari ci descrive la vita “ordinaria” di un missionario in Costa d’Avorio nei giorni di sabato e domenica. Nella foto la domenica delle Palme a Sononzo.

 

Dal 6 febbraio mi trovo a Dianra, in Costa d’Avorio, presso la missione della Consolata dove vive e svolge il suo servizio mio figlio Matteo, insieme a padre Raphael del Kenya. Fino al mese di novembre 2017 viveva con loro anche padre Manolo, spagnolo, ora assente per malattia. Da domenica 10 marzo è arrivato anche padre Ariel, argentino, che qui ha svolto servizio per più di quattro anni e mezzo, tra il 2007 ed il 2011. Dopo otto anni è ritornato a Dianra per qualche mese.

In genere il sabato si stabilisce che ogni missionario vada a celebrare la messa in un villaggio delle varie parrocchie: Dianra, Dianra Village e Sononzo. Sabato 30 marzo avevano così stabilito: P. Raphael a Dianra, P. Matteo a Dianra Village e P. Ariel a Sononzo. Considerando che la comunità di Sononzo è la più lontana dalla “base” – circa 45 km – e che per andarci si passa per Dianra Village, siamo partiti con una sola macchina. In quel pomeriggio avevano deciso di portare al villaggio dei nonni paterni una bimba nata il 18 marzo e la cui mamma era deceduta poco dopo il parto. Il villaggio in questione, infatti, era situato proprio lungo il tragitto per Dianra Village.

Siamo partiti verso le ore 16.00 e sull’auto eravamo in 8: p. Ariel, p. Matteo, Roberta (moglie di Pietro, NdR) ed io, la bimba, la nonna ed altre due persone della famiglia. Dopo circa 20 minuti siamo arrivati al villaggio della bimba. Siamo scesi tutti dall’auto. Varie persone ci hanno accolto sulla strada e ci hanno fatto accomodare su delle sedie nel cortile della casa poco lontana. Dopo averci offerto dell’acqua ed aver adempiuto ai saluti e riti convenzionali, lasciata la neonata e la famiglia, siamo ripartiti.

Verso le 17.30 siamo arrivati a Dianra Village. P. Ariel è subito ripartito per passare la serata con i giovani di Sononzo e potervi poi restare per la messa domenicale. Io, Roberta e Matteo siamo restati a Dianra Village. Matteo ha dovuto sbrigare degli impegni al dispensario prima di partire in moto per il villaggio di Bébédougou. Poiché tutti e tre non potevamo andare, Matteo mi ha chiesto se volevo andare con lui a fargli compagnia, mentre Roberta sarebbe restata a Dianra Village. Io ho accettato volentieri di accompagnarlo. Il villaggio dove doveva andare si trovava ad una ventina di km. Indossato il casco, ho messo in spalla lo zaino e siamo partiti. Erano le 19.30. Prima di uscire dal villaggio, Matteo ha chiesto ad un giovane che conosce la zona quali fossero le condizioni della strada. Joseph lo ha rassicurato dicendo che era percorribile. Ci ha soltanto raccomandato di fare attenzione in alcuni tratti perché avremmo trovato molta sabbia accumulata… e così siamo ripartiti.

Detto fatto. Poco dopo ci siamo resi conto che la “strada” era in realtà una pista sconnessa con cumuli di sabbia che formavano dei solchi… pista che si snodava attraverso piantagioni di anacardo e di cotone. Nel buio della notte, le luci della moto non facilitavano molto il percorso. Prima di arrivare a destinazione, avremmo dovuto attraversare tre villaggi. Dopo il primo, Pétérikaha, ed il secondo, Chontanakaha, eccoci arrivare al terzo, Nadjokaha, dove ci doveva attendere il catechista Emile. Purtroppo, arrivati al punto di incontro stabilito, non abbiamo trovato nessuno. Matteo ha provato a telefonare, ma non c’era connessione. Nel villaggio, non essendoci l’illuminazione, si vedeva circolare qua e là qualche persona con la pila. Poco più in là, davanti ad una casa, c’erano due bambini dall’apparente età di otto-dieci anni che con dei bastoni battevano dentro un recipiente circolare in legno per frantumare delle granaglie. Più in là, seduti a terra intorno ad una scodella, ve ne erano altri quattro, dai due ai quattro anni, che con le mani stavano mangiando. Ed ecco che si avvicina un giovane, Basile, amico di Emile e membro della piccola comunità cattolica del villaggio. La notizia non è affatto buona: Emile non c’era in quanto era stato chiamato per cercare un bambino in un villaggio vicino, che poi è stato trovato morto in un pozzo…

A questo punto, Matteo decide di continuare senza accompagnamento per raggiungere il villaggio di Bébédougou. Non sapeva dove era il cortile scelto per la celebrazione, ma una volta arrivati al villaggio in questione, si è fermato nella casa del capo villaggio al quale ha chiesto se sapeva dove si sarebbe svolta la celebrazione religiosa. Egli, che si trovava sdraiato su un lettino nella veranda davanti casa, ha riconosciuto Matteo (infatti, proprio pochi mesi fa, il centro sanitario di cui Matteo è responsabile aveva inaugurato una casetta della salute nel suo villaggio…) e gentilmente si è alzato e ci ha accompagnato nel luogo richiesto che era a non più di 50 metri dalla sua abitazione. Giunti sul posto, alcune donne hanno portato delle sedie dove ci hanno fatto accomodare e, secondo la tradizione, ci hanno offerto dell’acqua e chiesto le notizie. Dopo una decina di minuti, abbiamo accompagnato il capo villaggio nella sua abitazione e siamo ritornati indietro. Le donne stavano già preparando per la celebrazione e per la cena. Erano già presenti una decina di persone, ed altre stavano affluendo dai villaggi vicini, chi a piedi e chi su motofurgone. Nel frattempo le donne avevano preparato nel cortile un piccolo tavolo come altare e davanti, in modo circolare, sedie e panche. La messa è iniziata verso le 21.45 e le persone erano più di 50, senza contare quelle alle spalle che osservavano incuriosite. La celebrazione è stata bella perché molto partecipata, con canti e preghiere individuali, anche se – come mi ha detto Matteo – la maggior parte dei partecipanti non erano ancora battezzati. La messa è terminata intorno alle 23.20. Subito le donne hanno portato la cena con grandi recipienti ricolmi di riso ed una tipica salsa verde come condimento. A me e Matteo hanno portato del riso con salsa di pesce e dei pezzi di ignam lessati. In pochi minuti i commensali avevano già mangiato tutto! A questo punto, vista l’ora e la tanta strada da percorrere per raggiungere Dianra Village, Matteo ha chiesto il permesso di ripartire (come usa qui si chiede la strada) e ce lo hanno concesso.

Dopo aver indossato il casco, ho ripreso lo zaino contenente gli arredi per l’altare e siamo partiti. La strada era molto insidiosa a causa della solita gran quantità di sabbia e, pur proseguendo a bassa velocità, ci è voluta tutta l’abilità di Matteo per mantenere l’equilibrio. Più volte ha dovuto mettere i piedi a terra per non cadere, tenendo conto dell’oscurità e delle insidie nascoste dietro ogni curva. La temperatura era gradevole e soffiava un vento leggero. Contrariamente all’andata, nel tragitto di ritorno abbiamo incrociato poche moto e furgonette, anche loro tutte in precario equilibrio. La cosa che mi sorprendeva era che, non essendoci l’illuminazione, ci trovavamo al centro dei villaggi senza neanche accorgercene, anche perché – vista l’ora – non c’erano più persone in giro con la pila. Attraversando il villaggio di Nadjokaha Matteo mi ha indicato il pozzo che i missionari hanno fatto realizzare poiché in quella zona non c’era più acqua. Il punto più vicino per attingere acqua si trovava a 9 km e quindi la gente era obbligata a percorrerne 18 per avere acqua potabile disponibile.

Siamo arrivati a Dianra Village verso mezzanotte e mezzo. E che dire? Per me è stata un’esperienza molto bella, dove ho potuto vedere persone semplici e piene di fede che pregano con tanto fervore. Matteo mi diceva che in questi villaggi il missionario lo vedono due o tre volte l’anno. La domenica si celebra la liturgia della parola con l’aiuto del catechista.

Siamo andati a letto che era l’una passata.

Questa è la giornata del missionario il sabato.

La domenica, poi, il missionario celebra la messa nella sede della parrocchia, dove, dopo la celebrazione, incontra secondo il programma i vari gruppi: giovani, corali, catecumeni, Caritas, catechisti ecc.

Il pranzo della domenica viene offerto al missionario, a turno, da una famiglia della comunità.

Ecco il mio resoconto di un tipico, “ordinario”, fine settimana vissuto dai missionari in questa terra. Il loro sabato e la loro domenica sono davvero giornate intense, che mettono a dura prova anche la loro resistenza fisica, ma che – una volta rientrati dalla missione – li riempono di visibile soddisfazione e tanta gioia per le persone e comunità incontrate e per il servizio svolto.

A piccoli passi

Carla ci racconta cosa è successo a Dianra in preparazione della solennità dell’Annunciazione del Signore. 

L’anima mia magnifica il Signore: stamattina è venuta spontanea dal mio cuore questa lode al Signore, insieme a lacrime di gioia e commozione. Oggi 25 marzo le donne, una ventina, hanno cominciato di buon mattino a pulire la chiesa di Dianra Prefecture e la nuova cappellina dedicata alla Vergine. La cappellina sarà inaugurata stasera con una messa alla quale interverranno anche le parrocchie vicine. 

Finite le pulizie, rimaneva da posizionare la statua di gesso di Maria, che è arrivata via mare dall’Italia, ben custodita in una cassa di legno che l’ha protetta anche nel successivo viaggio su ruote e che aumenta il suo peso, già notevole. Le donne vogliono sistemare la statua, p.Raphael dice di aspettare quando ci sarà qualche uomo, perché è troppo pesante. La trattativa procede per parecchio: alla fine, in un momento in cui il padre si assenta per un altro problema, le donne si fanno coraggio e con grande sforzo, tutte insieme, a piccole tappe trasportano la statua ed arrivano a metterla sul piedistallo della grotta sciogliendosi, dopo la grande fatica, in un canto di gioia!
A questo punto non ho visto più nulla, commossa nel vedere lo sforzo fisico, la determinazione e la fede di queste donne! Sono splendide!

Qui la donna non ha valore, non ha diritti sociali, solo il dovere di sottostare alla volontà della famiglia e del marito. Di fare figli, possibilmente maschi, di allevarli e contemporaneamente di svolgere i lavori domestici e nei campi. Nonostante ciò, sono gioiose ed accoglienti verso gli ospiti, e soprattutto aperte al cambiamento che migliora la loro vita. Per questo partecipano numerose ed attive ai corsi di alfabetizzazione, ai progetti del micro-credito, ai corsi di educazione sanitaria ,alle catechesi ed alle corali, anche se questo comporta un lavoro in più nella loro già intensa giornata, ed a volte vuol dire percorrere tanti km a piedi, magari con il bimbo più piccolo in spalla. 

Sono certa che la loro forza, la volontà di fare e di conoscere, la gioia che le caratterizza sono le qualità per arrivare quanto prima ad una più giusta considerazione della donna nella società.

Carla.

E dopo il racconto, Carla ci manda il video!

Una marea verde

E’ da poco trascorsa la dedicazione della nuova chiesa di Dianra Village. L’abbiamo vissuta qui, nella nostra diocesi, (quasi) come là, in Costa d’Avorio. Carla condivide con noi la sua testimonianza.

Cari amici,

domenica 3 marzo, qui a Dianra, si è data appuntamento una marea di persone verdi! Verdi perché il pagne, e cioè la stoffa scelta per confezionare gli abiti e l’ uniforme, era verde; unica eccezione le corali, per loro il colore era il bianco. Questa marea, venuta con ogni mezzo da villaggi vicini e lontani, aveva percorso anche più di 100 km di pista rossa, calda e polverosa per l’occasione ed oltre al verde era colorata di gioia ed entusiasmo, visibilmente orgogliosa di partecipare alla dedicazione della nuova chiesa.

La dedicazione della nuova chiesa di Dianra Village

Una chiesa bellissima e coloratissima ad immagine della gente che la riempiva, una splendida costruzione dove la simbologia e l’architettura cristiana si fondono con la cultura locale.

All’ingresso centrale, come nelle antiche basiliche, è situato il battistero, proprio per sottolineare la centralità del battesimo per il cristiano – battesimo che è la porta attraverso la quale si entra nella vita nuova in Cristo, nello spazio della salvezza.

Il battistero della chiesa di Dianra Village

All’interno, sulle pareti laterali, sono dipinte scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ciò, come nei tempi passati, permette anche ai non scolarizzati di conoscere anche visivamente dell’annuncio della fede: è la Bibbia dei poveri!

Alla fine della navata centrale si erge poi l’abside, maestoso e luminoso, dove troneggia il Cristo risorto.

L'abside della nuova chiesa di Dianra Village

Le mie parole non riescono a trasmettere tutto il bello di questa grande opera, ma potete, volendo, trovare tante belle immagini illustrative in questo sito o nella pagina Facebook del Centro Missionario Diocesano di Senigallia.

Mi piace sottolineare la novità e l’importanza di questa bellissima chiesa (scusate se mi ripeto, ma è la verità) in un contesto di grande povertà ed in cui i cristiani sono una esigua minoranza religiosa. Essa è unica nel suo genere, rende visibile la comunità cristiana e con la sua bellezza permette ai fedeli (e a tutti quanti la visiteranno) di alzare lo sguardo verso il Cielo, verso Dio.

Il tutto è ancora più bello perché frutto della comunione e dell’amicizia tra la diocesi di Senigallia (terra d’origine del parroco, il missionario della Consolata padre Matteo Pettinari) e la comunità di Dianra.
La presenza del vescovo Franco, che ha presieduto la celebrazione, e del vescovo emerito don Giuseppe hanno rafforzato e reso ancor più palpabile questo legame.

Tanti, infatti, della nostra diocesi, hanno pregato, sostenuto economicamente e lavorato alacremente in Italia e direttamente qui a Dianra per la costruzione della chiesa, insieme alla comunità.

E domenica, a cominciare dalle autorità civili e religiose, ma anche da molte altre persone, ci sono state parole, gesti simbolici e commoventi di ringraziamento per tutti quelli che in qualsiasi maniera, senza conoscere, senza vedere e da lontano hanno voluto collaborare.

Commovente, per me, è stato vedere che tra quanti ringraziavano molti erano mussulmani.

Dopo il tanto lavoro, l’attesa frenetica della vigilia, la giornata, come tutte le belle cose, è volata in un attimo, ma sicuramente la gioia provata, il ricordo di tanti volti sorridenti e fieri resteranno indelebili nei nostri cuori. Come resterà preziosa la veglia preparatoria che sabato sera si è celebrata quasi in contemporanea nella chiesa di Marina di Montemarciano ed a Dianra Village, espressione di quell’Amore di Dio che ci fa fratelli al di là dei km che ci separano, delle difficoltà linguistiche che, come per incanto, si annullano nella comunione della fede e della preghiera, nel mistero luminoso della fraternità della Chiesa… quella di pietre vive!

Ciao a tutti!
Carla Paccoia

Una chiesa di pietre vive

Il nostro caro Padre Matteo Pettinari ci scrive dalla missione di Dianra, in Costa d’Avorio. Come sempre lo leggiamo con grande gioia.

 

Carissimi tutti, buongiorno!

Vi scrivo oggi da Dianra, dove stiamo vivendo un bellissimo tempo di formazione con i nostri catechisti sulla celebrazione della fede e sulla bellezza di vivere la liturgia. Forse non c’era clima più adatto per condividere con voi la bellissima notizia che abbiamo da qualche settimana, ma che solo negli ultimi giorni diventa sempre più certa e ufficiale. Si tratta della conferma della data della consacrazione della nuova chiesa parrocchiale di Dianra Village!

Chiesa che, più che essere un edificio o una struttura – per quanto bella – è segno visibile e luminoso di ben altro! E cioè delle pietre vive che siamo noi e voi, della comunione che ci lega in Cristo. Una comunione di diversità che è diventata ricchezza. Una comunione che è un abbraccio in cui ogni differenza diventa tessera di un mosaico magnifico, che si riflette nel mondo e nel cuore della nostra vita, della storia e delle culture che ci accolgono qui a Dianra, un segno vivo dell’amore di Dio…

Desidero quindi dirvi, con molto stupore e gratitudine, che domenica 3 marzo, ultima domenica prima del mercoledì delle ceneri, avremo la gioia di consacrare questa chiesa frutto di anni di condivisione e di cammino, di lavoro e di fatica, di gioie, lacrime e vita condivisa anche con tutti voi.

Grazie ancora per il vostro sostegno e per questo Filo d’Oro di amicizia che ci lega e che fa di noi una grande famiglia, la famiglia di Dio.

Vi mando un grande abbraccio, in comunione con Raphael e tutti i catechisti che vi salutano e con cui viviamo questo bel tempo di fraternità e di formazione. Sono proprio loro, i nostri catechisti, coloro che più capiscono e godono del dono di cui parliamo… e che ne sono infinitamente grati. La loro è davvero una vita fatta liturgia, fatta dono e offerta in tutto ciò che sono e fanno: genitori e sposi/e, contadini e uomini/donne che quotidianamente vivono di un lavoro spesso ingrato e duro, persone che sanno lasciare casa e famiglia semplicemente per condividere il dono della Fede e della Parola con chi ancora non conosce Cristo ogni domenica. Sono i nostri maestri di vita e di fede.

A presto!

 

P.S.

Volevo condividere con voi anche l’esperienza molto bella di sabato scorso. Infatti con Emmanuel Korona – un catechista della parrocchia di Dianra Village – ci siamo recati nel pomeriggio in un villaggio particolarmente sperduto ed isolato, inerpicandoci con la nostra Land Cruiser in una strada molto difficile e distrutta dalle abbondanti piogge di quest’anno – villaggio che si chiama Léyériguékaha e che si trova 10 km più isolato dall’ultimo villaggio sulla strada finora da noi battuta per le celebrazioni (e c’è da dire che anche quest’ultimo villaggio, Bébédougou, è a 18 km da Dianra Village su una strada già difficile).

La ragione di questa visita pomeridiana e notturna era che domenica 4 novembre le comunità con cui Emmanuel celebra avevano ricevuto, per la prima volta, una decina di persone che si avvicinavano alla fede e che desideravano – come si dice qui – “pregare con loro”. Domenica 11 novembre, siccome per la seconda volta queste persone si erano presentate facendo a piedi o in moto vari km per arrivare nel luogo dove lui celebrava la Parola, mi ha detto con gioia : “Padre, abbiamo una decina di nuovi “simpatizzanti”! Perché non andiamo a incoraggiarli con tutti i cristiani dei villaggi limitrofi nel loro villaggio?”. Ed è così che sabato sera, con il catechista Emmanuel, alcuni membri della corale di Dianra Village ed altri cristiani delle comunità a cui si erano riuniti per tre settimane i nuovi arrivati, siamo partiti… ed è stata una gioia indicibile, una commozione grande ed un dono immenso – quelle gioie e consolazioni che solo la vita missionaria può regalare!

Per la prima volta, fin dalla creazione del mondo, a Léyériguékaha è stata celebrata l’Eucaristia e, proprio dono della Provvidenza, il tutto è avvenuto la veglia della festa di Cristo Re!

Per me è stata una grande emozione annunciare ufficialmente per la prima volta, proprio a Léyériguékaha, nella periferia della periferia della nostra comunità parrocchiale, la data del 3 marzo, data della consacrazione della nuova chiesa. Come è stato meraviglioso anche mostrare loro in anteprima assoluta il tessuto che sarà l’uniforme della festa con il disegno della chiesa. Per chi non lo sapesse, qua è tipico che per ogni festa ci sia un’uniforme. E siccome questa è una festa particolare, il tessuto con cui ciascuno poi cucirà il proprio abito (la propria camicia, la propria veste, i propri pantaloni o la propria gonna) l’abbiamo confezionato noi (con l’aiuto prezioso ed indispensabile di alcuni di voi!). Che bello era sabato notte, illuminati dalla gioia della regalità di Cristo che celebravamo – Cristo che regna a partire dagli ultimi, negli ultimi e con gli ultimi essendo lui il primo di loro – mostrare questo tessuto e vederlo acclamato, applaudito, atteso.

Scusate la lunghezza, ma volevo farvi partecipi della mia gioia. Che è anche la vostra.

Vi abbraccio forte!

Padre Matteo Pettinari

Lasciare Dianra

La nostra Carla, dopo sei mesi, sta per salutare la missione di Dianra. Ecco cosa ci scrive.

 

Il mio permesso di soggiorno sta per scadere: ancora pochi giorni e dovrò rientrare in Italia.

Difficile spiegare come questa terra, queste persone e questa missione mi siano entrati nel cuore, ma qui da subito mi sono sentita a casa ed i giorni trascorsi non hanno un inizio ed una fine, ma solo il presente. Un presente fatto di semplicità, nessun grande progetto ma la condivisione della vita quotidiana con la fatica del lavoro e degli spostamenti difficili per la pista impraticabile, con la gioia delle nascite e la sofferenza delle perdite.

Domenica con Padre Matteo siamo andati a Sonozo in moto per celebrare la messa: un’ora di pista tremenda (la jeep ci aveva lasciato a piedi), ma che mi ha permesso di salutare la comunità che per prima a giugno mi aveva dato il benvenuto, il Fotamana.

Oggi (9 novembre, ndr) Padre Raphael è partito per un corso di formazione a Sago, nel sud della Costa d’Avorio, e così la fraternità che mi ha accolta, accettata ed accompagnata con affetto in questi mesi si è sciolta.

Quanti bei momenti: la recita delle lodi sul fare del giorno, ancora assonnati, e poi la messa. Il profumo del caffè, le chiacchiere della colazione. Poi gli impegni e la giornata scanditi dal ritmo della preghiera. I fine settimana, dal sabato fino alla domenica pomeriggio, nei villaggi per celebrare i sacramenti, conoscere i bimbi nuovi, visitare i malati e condividere alla luce delle pile cibo e alloggio. Infine il piacere di ritrovarsi la domenica sera stanchissimi attorno alla tavola, ma con la voglia del racconto, della condivisione.

Padre Raphael e Padre Matteo, i due giovani missionari di Dianra (hanno l’età dei miei figli), sono veramente splendidi: nonostante tutto il loro lavoro hanno detto sì al mio desiderio di fare un’esperienza lunga di missione.

Fatto nuovo per loro e per me, ma, passati i primi momenti di adattamento e conoscenza, giorno dopo giorno si è creato un piacevole clima familiare, direi di madre e figli, fatto di tante piccole attenzioni gli uni per gli altri.

Ed ora siamo arrivati al momento difficile della partenza. Ogni partenza è uno strappo, una ferita, un taglio netto. Io spero di lasciare qui il frutto del mio cammino personale, le tante piccole e grandi cose che pesavano sulle mie spalle, e di partire con le valigie ed il cuore pieni di quell’amore di Cristo che ho ricevuto centuplicato, in confronto a quello che io ho donato, da tutti i padri missionari, dalle mamme, dai papà e soprattutto dai tanti bimbi che felici ti sorridono e ti abbracciano forte forte forte. In questo abbraccio c’è tutto il valore del mio tempo in missione: accogliere e donare Amore, riflesso dell’Amore di Dio. La missione va vissuta ovunque viviamo, nella famiglia e nel lavoro, ma forse a volte per rendersene conto dobbiamo lasciare per un po’ le nostre comodità e le nostre certezze e tornare a guardare il tutto con occhi più semplici.

Ciao a tutti!

Carla.

Una valigia più leggera

In missione si arriva, si sta, ed infine si torna: ecco la terza lettera di Martina dall’Uganda.

 

Ci siamo. Le valigie sono chiuse. No, questa volta non mi ci sono dovuta sedere sopra per chiuderle, come capita al ritorno da quei nostri viaggi in cui il troppo shopping ci fa stare con l’ansia di non passare i controlli all’aeroporto perché la valigia pesa troppo. Questa volta è tutto diverso. Le valigie sono più leggere dell’andata, perché sono state svuotate di cose inutili, di tutte quelle cose che ho messo dentro prima di partire pensando che sarebbero state indispensabili.

Beh sai, stai andando dall’altra parte del mondo, ti ripeti prima di partire, e non sai bene cosa ti aspetterà, meglio portarti tutto quello che pensi potrebbe servirti, anzi di più, anche cose che forse non ti serviranno mai. Esatto…cose. Cose, cose, cose. Ma quante cose abbiamo e quanta fatica facciamo a staccarci dalle nostre cose? Più cose abbiamo e più ci sentiamo meglio. Forse a volte ci fanno sentire più al sicuro, ci illudiamo che con le nostre cose siamo un po’ meno soli. Siamo accumulatori seriali. Tu vali in base a quello che hai. È così che ci fanno credere delle volte.

Poi ad un tratto arrivi in un Paese in cui la gente non ha nulla, eppure ti rendi conto che vale tantissimo. Allora inizi a farti delle domande e a pensare che forse è ora di cambiare la tua unità di misura. Un Paese in cui la gente non possiede nulla se non quello che può donarti. Il Paese di chi ha vissuto 20 anni nella guerra, di ragazze ritornate dalla foresta senza nulla, se non con un bambino da crescere, senza soldi, senza un lavoro, senza una casa e peggio ancora senza nessuno disposto a tentare di ricostruire insieme pezzi di questa umanità ferita.

A 7 anni forse sarebbe più giusto tenere in mano una matita e un quaderno piuttosto che un kalashnikov, non credi?

Queste ragazze mi hanno insegnato a stare nella vita in modo diverso perché hanno compiuto il loro cammino più lungo, la strada che porta da “io ho” a “io posso”. Forse non avevano nulla, ma qualcuno ha creduto in loro pensando che potessero fare qualcosa di buono, diventare un giorno donne migliori. E ancora oggi, sapete, questa gente non ha granché. Eppure è capace di darti tutto.

La mia valigia è più leggera perché ho lasciato delle cose, ma penso che le cose che lasciamo siano solo il pezzo più superficiale di noi. Forse potrai anche diventare capace di superare la tua avarizia, diventare così buono e generoso da regalare alcune tue cose, ma il gioco si fa serio quando ti viene chiesto di lasciare te stesso. È questo che credo interessi alle persone che si incontrano in Missione. Ti chiedono di donarti, di lasciarti andare, di condividere la vita, i sorrisi, i pianti, la musica, un pezzo di pane, una fetta di torta, di condividere ciò che sei in qualunque modo tu sia, con qualunque stato d’animo tu ti possa presentare, ti chiedono di entrare in relazione. Certo, ci sono alcune tue cose che potranno anche essergli utili, ma è di te che hanno davvero bisogno, della tua persona, con i tuoi difetti e i tuoi schemi mentali un po’ rigidi. Va bene così, non ti preoccupare, l’importante è che tu ci sia. È questa relazione che porta vita nei volti delle persone che incontri in Missione. È Gesù che ha vissuto in me nell’incontro con la gente, è Gesù che ha accarezzato volti stanchi attraverso le mie mani, abbracciato corpi troppo fragili, fatto fare le giravolte ai bambini e tentato di cantare le canzoni con le ragazze, forse a volte stonando un po’. È Gesù la prima relazione da cui ho ricevuto vita e senza la quale non sarei stata capace di muovermi nemmeno di un passo.

Ma in fondo che cosa c’entra la vita di queste persone con te? Con te che vivi tranquillo la tua quotidianità a migliaia di km di distanza, con gli occhi fissi sulle tue cose, con le tue solite preoccupazioni e i tuoi sogni forse un po’ troppo piccoli, di cui provi ad accontentarti?

La Missione in fondo non è sempre facile, questo va detto. Ci sono momenti di sconforto in cui ti chiedi come cavolo ti è venuto in mente di venire fino a qua quando potevi startene comodo tra le tue mura di casa. Allora perché dovresti rinunciare a qualcosa e fare sacrifici per partire verso una terra lontana, per andare a incontrare persone con cui ti sembra di non avere nulla in comune?

Forse non ho una risposta valida, perlomeno non nella teoria. So solo che io l’ho fatto e che lo rifarei da capo altre mille volte. Rifarei le valigie anche subito se sapessi che è quello che il Signore vuole da me oggi. Sì, perché la Missione non è rinuncia, non è sacrificio, è solo allargare le braccia per accogliere quello che gli altri hanno da darti.

In Missione ho pianto due volte: il primo giorno e l’ultimo. La prima sera in camera da sola quando mi sono resa conto della follia che avevo fatto, pensando che non sarei mai sopravvissuta due mesi così. E poi gli ultimi istanti prima della partenza, quelli in cui inizi a realizzare la Bellezza ricevuta.

È vero che la Missione è sempre, non inizia e finisce con un viaggio ma è nei luoghi della quotidianità, ma è anche vero che per scoprirlo a volte bisogna partire, per poi tornare a vivere in modo nuovo. Quindi quello che vorrei dirti oggi è che se, leggendo queste righe, ti avesse anche solo sfiorato il pensiero che forse un’esperienza in terra di Missione potrebbe arricchire la tua vita in maniera straordinaria, aprire i tuoi orizzonti e farti sognare in grande, ti prego di chiedere a Dio il coraggio di partire e di donarti questa possibilità, perché questo porterebbe alla tua vita una ricchezza incredibile.

E se qualcuno si sta ancora chiedendo che fine abbiano fatto i tacchini, posso dirvi con grande soddisfazione che due giorni fa sono passata in una stradina con un tacchino da una parte e uno dall’altra. Ho chiuso gli occhi e qualcuno mi ha preso per mano e ho scoperto che insieme si va più lontano.

Un abbraccio, ancora per poche ore, dall’Uganda.

Martina

Gocce di vita dall’Uganda

Martina, dopo la prima lettera, ci scrive di nuovo della sua missione in Uganda.

 

È passato più di un mese da quando sono arrivata, ed è incredibile scoprire come siano cambiate le cose in così poco tempo.

“Voglio tornare a casa” è stato il mio primo pensiero quando sono arrivata qui. Oggi questo pensiero si è trasformato in “non voglio più tornare a casa” (tranquilli mamma e papà, ormai ho il biglietto dell’aereo, non posso farci niente).

Non è semplice spiegare a parole quello che si vive in terra di missione. Ogni volto incontrato, ogni mano sfiorata, ogni sguardo scambiato ha una risonanza in me e tocca parti profonde del mio cuore. Una mattina quando mi sono svegliata ho trovato il secchio del bagno, che di solito utilizzo per lavare i panni, quasi pieno e non capivo come fosse possibile visto che il rubinetto sotto cui l’avevo appoggiato era chiuso. Poi ho capito che quel rubinetto perdeva delle gocce d’acqua, e queste gocce molto lentamente avevano fatto sì che, nel silenzio della notte, il secchio si riempisse. A volte vediamo solo una goccia e crediamo che sia inutile, che non sarà mai abbastanza per creare qualcosa di grande e bello. Alcune gocce sono grandi e rumorose, ci si accorge quando cadono nel secchio. Altre invece sono silenziose e nascoste, bisogna chiedere a Dio la grazia di avere occhi capaci di vederle e gustarle per sentirsi davvero dissetati. Quelle gocce sono per me quello che sto vivendo qui giorno dopo giorno. Parole, volti, gesti, profumi, musiche, colori.

A volte queste gocce portano con sé gioia, gratitudine, spensieratezza, libertà, pace. I sorrisi dei bambini, le loro piccole manine nere appoggiate sulle mie, i canti e le danze delle ragazze della scuola. Sono gocce dai colori caldi che profumano di vita e di allegria. Altre volte invece sono gocce un po’ dolorose, che provocano un turbamento del cuore, come le parole che escono dalla bocca delle ex bambine soldato quando gli chiedo di raccontarmi che cosa è successo quando erano nella foresta. È così che queste ragazze, ormai diventate donne, mi aprono il loro cuore, consegnandomi forse la parte più intima e dolorosa della propria vita. In quell’ora, fatta di domande e risposte, di lacrime che rigano i loro volti dallo sguardo profondo, provo ad entrare nel loro mondo e in queste storie atroci. Storie che hanno lasciato un segno profondo nella loro anima e nel loro corpo, fatto di cicatrici che ancora oggi, quando si guardano allo specchio, gli ricordano quello che hanno vissuto. “Se oggi sono qui è solo grazie a Dio. Sì, mi sono spesso sentita in colpa per quello che ho fatto, ma non avevo alternativa, obbedire era l’unico modo per salvare la mia vita”, mi racconta Grace. Un dolore, il loro, che solo Dio ha potuto accogliere e consolare, quando nessuno intorno a loro era disposto a farlo, quando la paura che queste ragazze potessero tornare a uccidere sembrava prevalere sull’amore che i loro stessi genitori e tutta la loro comunità provavano per queste ragazze.

Queste parole, che escono come lame taglienti dalla loro bocca, sono una grazia che fa nascere in me un turbamento, quella sana inquietudine  che ti viene quando ti fai le domande essenziali della vita e che non ti fa dormire la notte. Sono estremamente grata per questa inquietudine, Dio mi salvi dall’indifferenza, sempre.

In questo tempo ho avuto l’occasione di vivere tante esperienze diverse, di uscire dalla scuola per visitare alcuni villaggi a poche ore di distanza da Gulu, dove le suore del Sacro Cuore di Gesù portano avanti giorno dopo giorno un’azione costante e silenziosa, per cercare di dare risposta ai bisogni che questo popolo presenta oggi, attraverso orfanotrofi, scuole e cliniche mediche.

La settimana scorsa l’ho trascorsa a Kampala, nella capitale, dove ci siamo recati per accompagnare un padre comboniano italiano che era caduto e che aveva bisogno di alcuni controlli. Sei ore di macchina per trovare l’ospedale attrezzato per ciò di cui aveva bisogno.

Siamo partiti pensando di rimanere fuori solo una notte, ma alla fine il tempo si è prolungato a causa delle sue condizioni di salute. Così ho trascorso sei giorni a Kampala con un cambio di vestiti e pochissime altre cose. Inizialmente questa cosa mi faceva arrabbiare, per me era solo una deviazione dal percorso, qualcosa che non mi riguardava e che mi allontanava dall’obiettivo per cui ero partita. Una perdita di tempo insomma. Poi piano piano, affidando questa fatica a Dio, ho iniziato a capire che in quel momento prendermi cura di questa persona e volergli bene significava amare Dio. Ho visto la fragilità nel corpo e nella mente di quest’uomo e Dio mi ha chiesto di amarLo prendendomi cura di questa fragilità. A volte pretendiamo di decidere noi qual è la cosa migliore per la nostra vita, pensiamo di avere il controllo totale su quello che facciamo, invece ho scoperto una buona notizia: mi posso rilassare perché per fortuna non sono io ad avere le redini della mia vita, sennò chissà a quest’ora dove sarei. Posso fidarmi di Dio, fidandomi delle persone che mi ha messo accanto, ovunque io sia, e posso vivere con libertà e gratitudine la vita che Lui decide di donarmi.

Ah, dimenticavo: il 2 ottobre alle 17 i tacchini hanno circondato la mia camera per vendicarsi. Evidentemente non hanno gradito quello che avevo detto su di loro.

Un abbraccio da Gulu, ed a presto.

Martina

Martina in Uganda

Martina in Uganda

Sao Luis: la testimonianza di Suor Lindalva

Suor Lindalva, delle suore della Redenzione di Sao Luis in Brasile, offre la sua testimonianza missionaria durante la Veglia di Preghiera che si è tenuta in Cattedrale a Senigallia sabato 20 ottobre, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale 2018.