A piccoli passi

Carla ci racconta cosa è successo a Dianra in preparazione della solennità dell’Annunciazione del Signore. 

L’anima mia magnifica il Signore: stamattina è venuta spontanea dal mio cuore questa lode al Signore, insieme a lacrime di gioia e commozione. Oggi 25 marzo le donne, una ventina, hanno cominciato di buon mattino a pulire la chiesa di Dianra Prefecture e la nuova cappellina dedicata alla Vergine. La cappellina sarà inaugurata stasera con una messa alla quale interverranno anche le parrocchie vicine. 

Finite le pulizie, rimaneva da posizionare la statua di gesso di Maria, che è arrivata via mare dall’Italia, ben custodita in una cassa di legno che l’ha protetta anche nel successivo viaggio su ruote e che aumenta il suo peso, già notevole. Le donne vogliono sistemare la statua, p.Raphael dice di aspettare quando ci sarà qualche uomo, perché è troppo pesante. La trattativa procede per parecchio: alla fine, in un momento in cui il padre si assenta per un altro problema, le donne si fanno coraggio e con grande sforzo, tutte insieme, a piccole tappe trasportano la statua ed arrivano a metterla sul piedistallo della grotta sciogliendosi, dopo la grande fatica, in un canto di gioia!
A questo punto non ho visto più nulla, commossa nel vedere lo sforzo fisico, la determinazione e la fede di queste donne! Sono splendide!

Qui la donna non ha valore, non ha diritti sociali, solo il dovere di sottostare alla volontà della famiglia e del marito. Di fare figli, possibilmente maschi, di allevarli e contemporaneamente di svolgere i lavori domestici e nei campi. Nonostante ciò, sono gioiose ed accoglienti verso gli ospiti, e soprattutto aperte al cambiamento che migliora la loro vita. Per questo partecipano numerose ed attive ai corsi di alfabetizzazione, ai progetti del micro-credito, ai corsi di educazione sanitaria ,alle catechesi ed alle corali, anche se questo comporta un lavoro in più nella loro già intensa giornata, ed a volte vuol dire percorrere tanti km a piedi, magari con il bimbo più piccolo in spalla. 

Sono certa che la loro forza, la volontà di fare e di conoscere, la gioia che le caratterizza sono le qualità per arrivare quanto prima ad una più giusta considerazione della donna nella società.

Carla.

E dopo il racconto, Carla ci manda il video!

Una marea verde

E’ da poco trascorsa la dedicazione della nuova chiesa di Dianra Village. L’abbiamo vissuta qui, nella nostra diocesi, (quasi) come là, in Costa d’Avorio. Carla condivide con noi la sua testimonianza.

Cari amici,

domenica 3 marzo, qui a Dianra, si è data appuntamento una marea di persone verdi! Verdi perché il pagne, e cioè la stoffa scelta per confezionare gli abiti e l’ uniforme, era verde; unica eccezione le corali, per loro il colore era il bianco. Questa marea, venuta con ogni mezzo da villaggi vicini e lontani, aveva percorso anche più di 100 km di pista rossa, calda e polverosa per l’occasione ed oltre al verde era colorata di gioia ed entusiasmo, visibilmente orgogliosa di partecipare alla dedicazione della nuova chiesa.

La dedicazione della nuova chiesa di Dianra Village

Una chiesa bellissima e coloratissima ad immagine della gente che la riempiva, una splendida costruzione dove la simbologia e l’architettura cristiana si fondono con la cultura locale.

All’ingresso centrale, come nelle antiche basiliche, è situato il battistero, proprio per sottolineare la centralità del battesimo per il cristiano – battesimo che è la porta attraverso la quale si entra nella vita nuova in Cristo, nello spazio della salvezza.

Il battistero della chiesa di Dianra Village

All’interno, sulle pareti laterali, sono dipinte scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ciò, come nei tempi passati, permette anche ai non scolarizzati di conoscere anche visivamente dell’annuncio della fede: è la Bibbia dei poveri!

Alla fine della navata centrale si erge poi l’abside, maestoso e luminoso, dove troneggia il Cristo risorto.

L'abside della nuova chiesa di Dianra Village

Le mie parole non riescono a trasmettere tutto il bello di questa grande opera, ma potete, volendo, trovare tante belle immagini illustrative in questo sito o nella pagina Facebook del Centro Missionario Diocesano di Senigallia.

Mi piace sottolineare la novità e l’importanza di questa bellissima chiesa (scusate se mi ripeto, ma è la verità) in un contesto di grande povertà ed in cui i cristiani sono una esigua minoranza religiosa. Essa è unica nel suo genere, rende visibile la comunità cristiana e con la sua bellezza permette ai fedeli (e a tutti quanti la visiteranno) di alzare lo sguardo verso il Cielo, verso Dio.

Il tutto è ancora più bello perché frutto della comunione e dell’amicizia tra la diocesi di Senigallia (terra d’origine del parroco, il missionario della Consolata padre Matteo Pettinari) e la comunità di Dianra.
La presenza del vescovo Franco, che ha presieduto la celebrazione, e del vescovo emerito don Giuseppe hanno rafforzato e reso ancor più palpabile questo legame.

Tanti, infatti, della nostra diocesi, hanno pregato, sostenuto economicamente e lavorato alacremente in Italia e direttamente qui a Dianra per la costruzione della chiesa, insieme alla comunità.

E domenica, a cominciare dalle autorità civili e religiose, ma anche da molte altre persone, ci sono state parole, gesti simbolici e commoventi di ringraziamento per tutti quelli che in qualsiasi maniera, senza conoscere, senza vedere e da lontano hanno voluto collaborare.

Commovente, per me, è stato vedere che tra quanti ringraziavano molti erano mussulmani.

Dopo il tanto lavoro, l’attesa frenetica della vigilia, la giornata, come tutte le belle cose, è volata in un attimo, ma sicuramente la gioia provata, il ricordo di tanti volti sorridenti e fieri resteranno indelebili nei nostri cuori. Come resterà preziosa la veglia preparatoria che sabato sera si è celebrata quasi in contemporanea nella chiesa di Marina di Montemarciano ed a Dianra Village, espressione di quell’Amore di Dio che ci fa fratelli al di là dei km che ci separano, delle difficoltà linguistiche che, come per incanto, si annullano nella comunione della fede e della preghiera, nel mistero luminoso della fraternità della Chiesa… quella di pietre vive!

Ciao a tutti!
Carla Paccoia

Una chiesa di pietre vive

Il nostro caro Padre Matteo Pettinari ci scrive dalla missione di Dianra, in Costa d’Avorio. Come sempre lo leggiamo con grande gioia.

 

Carissimi tutti, buongiorno!

Vi scrivo oggi da Dianra, dove stiamo vivendo un bellissimo tempo di formazione con i nostri catechisti sulla celebrazione della fede e sulla bellezza di vivere la liturgia. Forse non c’era clima più adatto per condividere con voi la bellissima notizia che abbiamo da qualche settimana, ma che solo negli ultimi giorni diventa sempre più certa e ufficiale. Si tratta della conferma della data della consacrazione della nuova chiesa parrocchiale di Dianra Village!

Chiesa che, più che essere un edificio o una struttura – per quanto bella – è segno visibile e luminoso di ben altro! E cioè delle pietre vive che siamo noi e voi, della comunione che ci lega in Cristo. Una comunione di diversità che è diventata ricchezza. Una comunione che è un abbraccio in cui ogni differenza diventa tessera di un mosaico magnifico, che si riflette nel mondo e nel cuore della nostra vita, della storia e delle culture che ci accolgono qui a Dianra, un segno vivo dell’amore di Dio…

Desidero quindi dirvi, con molto stupore e gratitudine, che domenica 3 marzo, ultima domenica prima del mercoledì delle ceneri, avremo la gioia di consacrare questa chiesa frutto di anni di condivisione e di cammino, di lavoro e di fatica, di gioie, lacrime e vita condivisa anche con tutti voi.

Grazie ancora per il vostro sostegno e per questo Filo d’Oro di amicizia che ci lega e che fa di noi una grande famiglia, la famiglia di Dio.

Vi mando un grande abbraccio, in comunione con Raphael e tutti i catechisti che vi salutano e con cui viviamo questo bel tempo di fraternità e di formazione. Sono proprio loro, i nostri catechisti, coloro che più capiscono e godono del dono di cui parliamo… e che ne sono infinitamente grati. La loro è davvero una vita fatta liturgia, fatta dono e offerta in tutto ciò che sono e fanno: genitori e sposi/e, contadini e uomini/donne che quotidianamente vivono di un lavoro spesso ingrato e duro, persone che sanno lasciare casa e famiglia semplicemente per condividere il dono della Fede e della Parola con chi ancora non conosce Cristo ogni domenica. Sono i nostri maestri di vita e di fede.

A presto!

 

P.S.

Volevo condividere con voi anche l’esperienza molto bella di sabato scorso. Infatti con Emmanuel Korona – un catechista della parrocchia di Dianra Village – ci siamo recati nel pomeriggio in un villaggio particolarmente sperduto ed isolato, inerpicandoci con la nostra Land Cruiser in una strada molto difficile e distrutta dalle abbondanti piogge di quest’anno – villaggio che si chiama Léyériguékaha e che si trova 10 km più isolato dall’ultimo villaggio sulla strada finora da noi battuta per le celebrazioni (e c’è da dire che anche quest’ultimo villaggio, Bébédougou, è a 18 km da Dianra Village su una strada già difficile).

La ragione di questa visita pomeridiana e notturna era che domenica 4 novembre le comunità con cui Emmanuel celebra avevano ricevuto, per la prima volta, una decina di persone che si avvicinavano alla fede e che desideravano – come si dice qui – “pregare con loro”. Domenica 11 novembre, siccome per la seconda volta queste persone si erano presentate facendo a piedi o in moto vari km per arrivare nel luogo dove lui celebrava la Parola, mi ha detto con gioia : “Padre, abbiamo una decina di nuovi “simpatizzanti”! Perché non andiamo a incoraggiarli con tutti i cristiani dei villaggi limitrofi nel loro villaggio?”. Ed è così che sabato sera, con il catechista Emmanuel, alcuni membri della corale di Dianra Village ed altri cristiani delle comunità a cui si erano riuniti per tre settimane i nuovi arrivati, siamo partiti… ed è stata una gioia indicibile, una commozione grande ed un dono immenso – quelle gioie e consolazioni che solo la vita missionaria può regalare!

Per la prima volta, fin dalla creazione del mondo, a Léyériguékaha è stata celebrata l’Eucaristia e, proprio dono della Provvidenza, il tutto è avvenuto la veglia della festa di Cristo Re!

Per me è stata una grande emozione annunciare ufficialmente per la prima volta, proprio a Léyériguékaha, nella periferia della periferia della nostra comunità parrocchiale, la data del 3 marzo, data della consacrazione della nuova chiesa. Come è stato meraviglioso anche mostrare loro in anteprima assoluta il tessuto che sarà l’uniforme della festa con il disegno della chiesa. Per chi non lo sapesse, qua è tipico che per ogni festa ci sia un’uniforme. E siccome questa è una festa particolare, il tessuto con cui ciascuno poi cucirà il proprio abito (la propria camicia, la propria veste, i propri pantaloni o la propria gonna) l’abbiamo confezionato noi (con l’aiuto prezioso ed indispensabile di alcuni di voi!). Che bello era sabato notte, illuminati dalla gioia della regalità di Cristo che celebravamo – Cristo che regna a partire dagli ultimi, negli ultimi e con gli ultimi essendo lui il primo di loro – mostrare questo tessuto e vederlo acclamato, applaudito, atteso.

Scusate la lunghezza, ma volevo farvi partecipi della mia gioia. Che è anche la vostra.

Vi abbraccio forte!

Padre Matteo Pettinari

Lasciare Dianra

La nostra Carla, dopo sei mesi, sta per salutare la missione di Dianra. Ecco cosa ci scrive.

 

Il mio permesso di soggiorno sta per scadere: ancora pochi giorni e dovrò rientrare in Italia.

Difficile spiegare come questa terra, queste persone e questa missione mi siano entrati nel cuore, ma qui da subito mi sono sentita a casa ed i giorni trascorsi non hanno un inizio ed una fine, ma solo il presente. Un presente fatto di semplicità, nessun grande progetto ma la condivisione della vita quotidiana con la fatica del lavoro e degli spostamenti difficili per la pista impraticabile, con la gioia delle nascite e la sofferenza delle perdite.

Domenica con Padre Matteo siamo andati a Sonozo in moto per celebrare la messa: un’ora di pista tremenda (la jeep ci aveva lasciato a piedi), ma che mi ha permesso di salutare la comunità che per prima a giugno mi aveva dato il benvenuto, il Fotamana.

Oggi (9 novembre, ndr) Padre Raphael è partito per un corso di formazione a Sago, nel sud della Costa d’Avorio, e così la fraternità che mi ha accolta, accettata ed accompagnata con affetto in questi mesi si è sciolta.

Quanti bei momenti: la recita delle lodi sul fare del giorno, ancora assonnati, e poi la messa. Il profumo del caffè, le chiacchiere della colazione. Poi gli impegni e la giornata scanditi dal ritmo della preghiera. I fine settimana, dal sabato fino alla domenica pomeriggio, nei villaggi per celebrare i sacramenti, conoscere i bimbi nuovi, visitare i malati e condividere alla luce delle pile cibo e alloggio. Infine il piacere di ritrovarsi la domenica sera stanchissimi attorno alla tavola, ma con la voglia del racconto, della condivisione.

Padre Raphael e Padre Matteo, i due giovani missionari di Dianra (hanno l’età dei miei figli), sono veramente splendidi: nonostante tutto il loro lavoro hanno detto sì al mio desiderio di fare un’esperienza lunga di missione.

Fatto nuovo per loro e per me, ma, passati i primi momenti di adattamento e conoscenza, giorno dopo giorno si è creato un piacevole clima familiare, direi di madre e figli, fatto di tante piccole attenzioni gli uni per gli altri.

Ed ora siamo arrivati al momento difficile della partenza. Ogni partenza è uno strappo, una ferita, un taglio netto. Io spero di lasciare qui il frutto del mio cammino personale, le tante piccole e grandi cose che pesavano sulle mie spalle, e di partire con le valigie ed il cuore pieni di quell’amore di Cristo che ho ricevuto centuplicato, in confronto a quello che io ho donato, da tutti i padri missionari, dalle mamme, dai papà e soprattutto dai tanti bimbi che felici ti sorridono e ti abbracciano forte forte forte. In questo abbraccio c’è tutto il valore del mio tempo in missione: accogliere e donare Amore, riflesso dell’Amore di Dio. La missione va vissuta ovunque viviamo, nella famiglia e nel lavoro, ma forse a volte per rendersene conto dobbiamo lasciare per un po’ le nostre comodità e le nostre certezze e tornare a guardare il tutto con occhi più semplici.

Ciao a tutti!

Carla.

Una valigia più leggera

In missione si arriva, si sta, ed infine si torna: ecco la terza lettera di Martina dall’Uganda.

 

Ci siamo. Le valigie sono chiuse. No, questa volta non mi ci sono dovuta sedere sopra per chiuderle, come capita al ritorno da quei nostri viaggi in cui il troppo shopping ci fa stare con l’ansia di non passare i controlli all’aeroporto perché la valigia pesa troppo. Questa volta è tutto diverso. Le valigie sono più leggere dell’andata, perché sono state svuotate di cose inutili, di tutte quelle cose che ho messo dentro prima di partire pensando che sarebbero state indispensabili.

Beh sai, stai andando dall’altra parte del mondo, ti ripeti prima di partire, e non sai bene cosa ti aspetterà, meglio portarti tutto quello che pensi potrebbe servirti, anzi di più, anche cose che forse non ti serviranno mai. Esatto…cose. Cose, cose, cose. Ma quante cose abbiamo e quanta fatica facciamo a staccarci dalle nostre cose? Più cose abbiamo e più ci sentiamo meglio. Forse a volte ci fanno sentire più al sicuro, ci illudiamo che con le nostre cose siamo un po’ meno soli. Siamo accumulatori seriali. Tu vali in base a quello che hai. È così che ci fanno credere delle volte.

Poi ad un tratto arrivi in un Paese in cui la gente non ha nulla, eppure ti rendi conto che vale tantissimo. Allora inizi a farti delle domande e a pensare che forse è ora di cambiare la tua unità di misura. Un Paese in cui la gente non possiede nulla se non quello che può donarti. Il Paese di chi ha vissuto 20 anni nella guerra, di ragazze ritornate dalla foresta senza nulla, se non con un bambino da crescere, senza soldi, senza un lavoro, senza una casa e peggio ancora senza nessuno disposto a tentare di ricostruire insieme pezzi di questa umanità ferita.

A 7 anni forse sarebbe più giusto tenere in mano una matita e un quaderno piuttosto che un kalashnikov, non credi?

Queste ragazze mi hanno insegnato a stare nella vita in modo diverso perché hanno compiuto il loro cammino più lungo, la strada che porta da “io ho” a “io posso”. Forse non avevano nulla, ma qualcuno ha creduto in loro pensando che potessero fare qualcosa di buono, diventare un giorno donne migliori. E ancora oggi, sapete, questa gente non ha granché. Eppure è capace di darti tutto.

La mia valigia è più leggera perché ho lasciato delle cose, ma penso che le cose che lasciamo siano solo il pezzo più superficiale di noi. Forse potrai anche diventare capace di superare la tua avarizia, diventare così buono e generoso da regalare alcune tue cose, ma il gioco si fa serio quando ti viene chiesto di lasciare te stesso. È questo che credo interessi alle persone che si incontrano in Missione. Ti chiedono di donarti, di lasciarti andare, di condividere la vita, i sorrisi, i pianti, la musica, un pezzo di pane, una fetta di torta, di condividere ciò che sei in qualunque modo tu sia, con qualunque stato d’animo tu ti possa presentare, ti chiedono di entrare in relazione. Certo, ci sono alcune tue cose che potranno anche essergli utili, ma è di te che hanno davvero bisogno, della tua persona, con i tuoi difetti e i tuoi schemi mentali un po’ rigidi. Va bene così, non ti preoccupare, l’importante è che tu ci sia. È questa relazione che porta vita nei volti delle persone che incontri in Missione. È Gesù che ha vissuto in me nell’incontro con la gente, è Gesù che ha accarezzato volti stanchi attraverso le mie mani, abbracciato corpi troppo fragili, fatto fare le giravolte ai bambini e tentato di cantare le canzoni con le ragazze, forse a volte stonando un po’. È Gesù la prima relazione da cui ho ricevuto vita e senza la quale non sarei stata capace di muovermi nemmeno di un passo.

Ma in fondo che cosa c’entra la vita di queste persone con te? Con te che vivi tranquillo la tua quotidianità a migliaia di km di distanza, con gli occhi fissi sulle tue cose, con le tue solite preoccupazioni e i tuoi sogni forse un po’ troppo piccoli, di cui provi ad accontentarti?

La Missione in fondo non è sempre facile, questo va detto. Ci sono momenti di sconforto in cui ti chiedi come cavolo ti è venuto in mente di venire fino a qua quando potevi startene comodo tra le tue mura di casa. Allora perché dovresti rinunciare a qualcosa e fare sacrifici per partire verso una terra lontana, per andare a incontrare persone con cui ti sembra di non avere nulla in comune?

Forse non ho una risposta valida, perlomeno non nella teoria. So solo che io l’ho fatto e che lo rifarei da capo altre mille volte. Rifarei le valigie anche subito se sapessi che è quello che il Signore vuole da me oggi. Sì, perché la Missione non è rinuncia, non è sacrificio, è solo allargare le braccia per accogliere quello che gli altri hanno da darti.

In Missione ho pianto due volte: il primo giorno e l’ultimo. La prima sera in camera da sola quando mi sono resa conto della follia che avevo fatto, pensando che non sarei mai sopravvissuta due mesi così. E poi gli ultimi istanti prima della partenza, quelli in cui inizi a realizzare la Bellezza ricevuta.

È vero che la Missione è sempre, non inizia e finisce con un viaggio ma è nei luoghi della quotidianità, ma è anche vero che per scoprirlo a volte bisogna partire, per poi tornare a vivere in modo nuovo. Quindi quello che vorrei dirti oggi è che se, leggendo queste righe, ti avesse anche solo sfiorato il pensiero che forse un’esperienza in terra di Missione potrebbe arricchire la tua vita in maniera straordinaria, aprire i tuoi orizzonti e farti sognare in grande, ti prego di chiedere a Dio il coraggio di partire e di donarti questa possibilità, perché questo porterebbe alla tua vita una ricchezza incredibile.

E se qualcuno si sta ancora chiedendo che fine abbiano fatto i tacchini, posso dirvi con grande soddisfazione che due giorni fa sono passata in una stradina con un tacchino da una parte e uno dall’altra. Ho chiuso gli occhi e qualcuno mi ha preso per mano e ho scoperto che insieme si va più lontano.

Un abbraccio, ancora per poche ore, dall’Uganda.

Martina

Gocce di vita dall’Uganda

Martina, dopo la prima lettera, ci scrive di nuovo della sua missione in Uganda.

 

È passato più di un mese da quando sono arrivata, ed è incredibile scoprire come siano cambiate le cose in così poco tempo.

“Voglio tornare a casa” è stato il mio primo pensiero quando sono arrivata qui. Oggi questo pensiero si è trasformato in “non voglio più tornare a casa” (tranquilli mamma e papà, ormai ho il biglietto dell’aereo, non posso farci niente).

Non è semplice spiegare a parole quello che si vive in terra di missione. Ogni volto incontrato, ogni mano sfiorata, ogni sguardo scambiato ha una risonanza in me e tocca parti profonde del mio cuore. Una mattina quando mi sono svegliata ho trovato il secchio del bagno, che di solito utilizzo per lavare i panni, quasi pieno e non capivo come fosse possibile visto che il rubinetto sotto cui l’avevo appoggiato era chiuso. Poi ho capito che quel rubinetto perdeva delle gocce d’acqua, e queste gocce molto lentamente avevano fatto sì che, nel silenzio della notte, il secchio si riempisse. A volte vediamo solo una goccia e crediamo che sia inutile, che non sarà mai abbastanza per creare qualcosa di grande e bello. Alcune gocce sono grandi e rumorose, ci si accorge quando cadono nel secchio. Altre invece sono silenziose e nascoste, bisogna chiedere a Dio la grazia di avere occhi capaci di vederle e gustarle per sentirsi davvero dissetati. Quelle gocce sono per me quello che sto vivendo qui giorno dopo giorno. Parole, volti, gesti, profumi, musiche, colori.

A volte queste gocce portano con sé gioia, gratitudine, spensieratezza, libertà, pace. I sorrisi dei bambini, le loro piccole manine nere appoggiate sulle mie, i canti e le danze delle ragazze della scuola. Sono gocce dai colori caldi che profumano di vita e di allegria. Altre volte invece sono gocce un po’ dolorose, che provocano un turbamento del cuore, come le parole che escono dalla bocca delle ex bambine soldato quando gli chiedo di raccontarmi che cosa è successo quando erano nella foresta. È così che queste ragazze, ormai diventate donne, mi aprono il loro cuore, consegnandomi forse la parte più intima e dolorosa della propria vita. In quell’ora, fatta di domande e risposte, di lacrime che rigano i loro volti dallo sguardo profondo, provo ad entrare nel loro mondo e in queste storie atroci. Storie che hanno lasciato un segno profondo nella loro anima e nel loro corpo, fatto di cicatrici che ancora oggi, quando si guardano allo specchio, gli ricordano quello che hanno vissuto. “Se oggi sono qui è solo grazie a Dio. Sì, mi sono spesso sentita in colpa per quello che ho fatto, ma non avevo alternativa, obbedire era l’unico modo per salvare la mia vita”, mi racconta Grace. Un dolore, il loro, che solo Dio ha potuto accogliere e consolare, quando nessuno intorno a loro era disposto a farlo, quando la paura che queste ragazze potessero tornare a uccidere sembrava prevalere sull’amore che i loro stessi genitori e tutta la loro comunità provavano per queste ragazze.

Queste parole, che escono come lame taglienti dalla loro bocca, sono una grazia che fa nascere in me un turbamento, quella sana inquietudine  che ti viene quando ti fai le domande essenziali della vita e che non ti fa dormire la notte. Sono estremamente grata per questa inquietudine, Dio mi salvi dall’indifferenza, sempre.

In questo tempo ho avuto l’occasione di vivere tante esperienze diverse, di uscire dalla scuola per visitare alcuni villaggi a poche ore di distanza da Gulu, dove le suore del Sacro Cuore di Gesù portano avanti giorno dopo giorno un’azione costante e silenziosa, per cercare di dare risposta ai bisogni che questo popolo presenta oggi, attraverso orfanotrofi, scuole e cliniche mediche.

La settimana scorsa l’ho trascorsa a Kampala, nella capitale, dove ci siamo recati per accompagnare un padre comboniano italiano che era caduto e che aveva bisogno di alcuni controlli. Sei ore di macchina per trovare l’ospedale attrezzato per ciò di cui aveva bisogno.

Siamo partiti pensando di rimanere fuori solo una notte, ma alla fine il tempo si è prolungato a causa delle sue condizioni di salute. Così ho trascorso sei giorni a Kampala con un cambio di vestiti e pochissime altre cose. Inizialmente questa cosa mi faceva arrabbiare, per me era solo una deviazione dal percorso, qualcosa che non mi riguardava e che mi allontanava dall’obiettivo per cui ero partita. Una perdita di tempo insomma. Poi piano piano, affidando questa fatica a Dio, ho iniziato a capire che in quel momento prendermi cura di questa persona e volergli bene significava amare Dio. Ho visto la fragilità nel corpo e nella mente di quest’uomo e Dio mi ha chiesto di amarLo prendendomi cura di questa fragilità. A volte pretendiamo di decidere noi qual è la cosa migliore per la nostra vita, pensiamo di avere il controllo totale su quello che facciamo, invece ho scoperto una buona notizia: mi posso rilassare perché per fortuna non sono io ad avere le redini della mia vita, sennò chissà a quest’ora dove sarei. Posso fidarmi di Dio, fidandomi delle persone che mi ha messo accanto, ovunque io sia, e posso vivere con libertà e gratitudine la vita che Lui decide di donarmi.

Ah, dimenticavo: il 2 ottobre alle 17 i tacchini hanno circondato la mia camera per vendicarsi. Evidentemente non hanno gradito quello che avevo detto su di loro.

Un abbraccio da Gulu, ed a presto.

Martina

Martina in Uganda

Martina in Uganda

Sao Luis: la testimonianza di Suor Lindalva

Suor Lindalva, delle suore della Redenzione di Sao Luis in Brasile, offre la sua testimonianza missionaria durante la Veglia di Preghiera che si è tenuta in Cattedrale a Senigallia sabato 20 ottobre, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale 2018.

 

 

Sulle Strade del Mondo 2018

A Mondolfo, domenica 7 ottobre, Riccardo, Gioele, Martina, Giada, Pietro, Luca e Jessica hanno condiviso la loro esperienza di missione in Brasile, India, Costa d’Avorio, Argentina e Cile.

Riviviamo le loro testimonianze nel video dell’incontro.

 

I primi giorni di Martina in Uganda

Martina Spadoni, di Passo Ripe e giovane membra del nostro CMD, condivide con noi i suoi primi giorni di missione in Uganda.

 

Cari amici,

vi scrivo da Gulu, una calda città del Nord Uganda, dove la vita sembra scorrere serena, sotto il cocente sole africano e il rumore dei boda bodas che circolano rapidi nelle strade della città, strade sempre affollate di persone, di vite e di volti che amano vivere la socialità fuori dalle proprie case, proprio nella strada che diventa luogo di incontro e di condivisione. 
Sono approdata qui circa due settimane fa, o meglio, sono atterrata ad Entebbe e dopo un lungo viaggio in macchina, sono finalmente arrivata alla “Saint Monica School”. 
La folle idea di trascorrere due mesi in questa scuola è nata dal desiderio di condurre una ricerca sulle ex bambine soldato, fenomeno che ha colpito in particolar modo il Nord Uganda nei suoi lunghi anni di guerra, terminata nel 2006, e che sarà oggetto della mia tesi di laurea.
È in questo scenario che, a partire dal 1987, ha preso vita il “Lord’s Resistance Army”, un gruppo ribelle di matrice cristiana, guidato da Joseph Kony, che ha lasciato dietro di sé la folle eredità di trentamila morti, centomila minori schiavizzati come baby soldato e oltre due milioni di profughi.

È in questo dramma che ha brillato l’azione di una piccola grande donna, Rosemary Nyirumbe, religiosa ugandese, inserita tra le 100 personalità più influenti nel mondo secondo “Time Magazine” nel 2014 e nominata eroe dell’anno da CNN nel 2007, che ha dedicato tutte le sue forze per sostenere le vittime delle violenze dell’Lra, in particolare le ragazze sequestrate, brutalizzate e fatte schiave sessuali dei miliziani, bambine innocenti e poi donne rese strumenti di morte nelle foreste dell’Africa. Queste ragazze hanno vissuto un dramma più grande della guerra, che è stato quello di un post guerra in cui si sono trovate di fronte ad una battaglia quotidiana con i propri sensi di colpa, in una società in cui nessuno sembrava essere disposto a prendersene cura, considerate ormai scarti da gettare via o potenziali assassine. 
Questo desiderio è nato dall’incontro con suor Rosemary lo scorso Ottobre al festival della Missione a Brescia ed è stato sostenuto poi dalla mia università, ma sicuramente guidato, lasciatemelo dire, dal filo rosso della Provvidenza, che ha messo sul mio cammino tutto ciò di cui avevo bisogno per avverare questo piccolo grande sogno nel cassetto e che mi ha donato la fede e il coraggio necessari per buttarmi in questa nuova avventura.

Bene, oggi posso dirvi che, nonostante le difficoltà iniziali che ho dovuto affrontare, la gratitudine per essere qui è tanta, e tutto ciò che sto vivendo sta allargando il mio cuore più di quanto potessi immaginare.

I primi giorni non sono stati affatto facili, sono necessari una buona dose di tempo e pazienza per imparare a vivere tra ragni, pipistrelli e topi, temporali notturni e docce fredde, immersi in un mondo e in una cultura completamente differenti, in cui nessuno parla la tua lingua e in cui non capisci bene come muoverti o che cosa fare. Questo luogo ora sta diventando per me sempre più famigliare e ogni giorno che passa mi accorgo di sentirmi sempre più al posto giusto. La prima settimana ho potuto gustare appieno l’accoglienza e il calore dei bambini dell’asilo, che, nel mio smarrimento iniziale, mi hanno fatta sentire da subito a casa. Non ho parole per descrivere la capacità che hanno avuto di volermi bene fin dal primo istante, dal primo sguardo, senza bisogno di nessuna spiegazione. Ho potuto sperimentare la bellezza della Messa domenicale, in cui canti, danze e abiti colorati mi hanno testimoniato un Dio della gioia che danza e fa festa con il suo popolo.
La seconda settimana ho iniziato a dedicarmi alle ricerche per la tesi e a frequentare le lezioni del corso di cucito con le ragazze della “Saint Monica Girls’ Tailoring School”, e il tempo è volato. Tra un pausa e l’altra ovviamente non può mancare un giro in altalena o un tiro a pallone con i bambini. Sto affrontando tante mie paure… tranne quella dei tacchini e delle galline, da loro giro ancora molto alla larga. 

Un affettuoso saluto da molto lontano… anche da parte degli amici tacchini!

A presto, Martina.

Per saperne di più su Suor Rosemary Nyirumbe

Una giornata in missione

Una “ordinaria” giornata di missione: potremmo forse definire così la giornata che dalla Costa d’Avorio condivide con noi Carla. Certo è che di ordinario per le nostre (comode) abitudini c’è ben poco.

 

La nostra giornata inizia con la sveglia alle 4:30: si va a Bouake, e ci aspettano 4 ore circa di strada, tra pista ed asfalto. Ma, ancora in piena notte, troviamo la strada sommersa dall’acqua (diluvia dalla sera prima) ed ostruita da un albero caduto. Con difficoltà ripartiamo, ma insieme al sole arriva un altro problema: rimaniamo impantanati in una piscina, e solo dopo un’ora i viaggiatori di un pulmino ci aiutano a riprendere il viaggio.

 

 

Arriviamo a Bouake con 1:30 circa di ritardo, carichiamo i medicinali e facciamo spesa. Dopo tutti gli acquisti nella Toyota non entra più nemmeno uno spillo.

 

 

Ripartiamo alle 19, quando è già notte fonda, andando piano perché il carico è tanto e prezioso. Lungo la strada soccorriamo un anziano caduto dalla bicicletta (incosciente e sanguinante), poi troviamo un mezzo per trasportarlo ad un centro sanitario (per fortuna non lontano).

C’è ancora tanta, troppa strada: decidiamo di dormire alla missione di Marandallah. Cena, messa e finalmente un letto, dove riposare prima di ripartire per Dianra.